Mi son preparata per anni a quel momento.
Scendere dal pullman e aspettarmi il peggio, qualche sirena e qualche urla.
Un giorno mi son svegliata e ti giuro, davvero, che lo avevo capito.
Il cane nero aveva aspettato invano la signora dei biscotti.
Il cupcake sul banco quel giorno non c'entrava nulla.
“ Jessica son venuti a prenderti”, che cazzo hai fatto, no, non ce la faccio.
Non fatemi andare, fatemi annoiare a lezione.
“Tranquilla, non sarà nulla”.
“Papà è in ospedale”, e giù a gridare che non ne potevo più, che cos'era successo, cos'è successo cazzo, dimmelo, ti prego.
Anzi no, non lo voglio più sapere.
Torniamo indietro e non sediamoci in macchina, non dirmi che è morto, non farmi urlare, non farmi sentire il cuore così, che credevo di avere un infarto, che se qualcosa mi aveva già spezzato poi non mi son ripresa più.
Non farmi abbracciare mamma che non la riconoscevo nemmeno, non ditemi che lo hanno trovato lì, solo, appeso, non ditemi che c'era una lettera, non ditemi un cazzo, torniamo indietro.
Non fatemi salire in macchina con la pioggia che scendeva fitta sul finestrino e non fatemi vedere quelle luci blu che ancora mi tormentano, che sembrava un film ed era quasi bello e ancora mi vergogno di averlo pensato, e mi vergogno di starci ancora male.
Non fatemi camminare a testa alta davanti a tutte quelle persone che chiedevano se fossimo i figli e non fatemi chiedere scusa agli altri, fatemi tornare indietro.
Quell'abbraccio mancato, quello forzato e quello troppo stretto, fatemi scendere.
Mi hai ucciso quel giorno.